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La lezione di Hormuz (l’ennesima)

Data pubblicazione: 24 giugno 2026

Autore:

Wealthype.ai per Fineco Bank
Rappresentazione visiva dell'articolo: La lezione di Hormuz (l’ennesima)
  1. L’azionario guarda più a Megatrend e fondamentali che al tema geopolitico.
  2. L’intesa, seppur traballante, per porre fine al conflitto porta sollievo alle quotazioni del petrolio.
  3. Turbolenze geopolitiche e titoli allarmistici non sono un buon motivo per disinvestire.


L'AZIONARIO USA GUARDA OLTRE LA GEOPOLITICA

Performance dell'indice S&P 500 da inizio anno al 16 giugno 2026

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Fonte: Investing.com


Sembra quasi che i mercati abbiano anticipato il lieto fine: nonostante tutto quel che è successo, da inizio anno l’azionario – statunitense, ma anche europeo ed emergente – ha mantenuto una performance positiva, scommettendo su una risoluzione rapida del conflitto tra USA e Iran (e, di fatto, guardando altrove).


E anche ora che le due parti hanno avviato trattative concrete, anche se sembrano fare due passi avanti e uno indietro, l’equity potrebbe trovare uno spunto in più a sostegno del suo ottimismo. Una tregua porterebbe a una riduzione dell’incertezza e questa sarebbe senza dubbio una buona notizia, ma a dirla tutta i mercati sembravano aver già incorporato nei prezzi il rischio geopolitico. Lo mostra bene il grafico in apertura: dopo un primo momento di smarrimento a seguito dello scoppio del conflitto, l'indice S&P 500 ha rapidamente recuperato terreno, tornando ben presto a viaggiare vicino ai massimi storici (intorno ai 7.500 punti alla chiusura del 18 giugno 2026). Insomma, chi è uscito temendo l’arrivo di un “bear market” sembra più che altro aver perso un’occasione di guadagno.


L’accordo annunciato nei giorni scorsi non ha dunque cambiato la direzione dei mercati – e la fase due delle trattative si preannuncia un percorso a ostacoli. Ha però contribuito a ridurre una fonte di incertezza. E ora potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di sostegno per un azionario che già da tempo beneficia di fondamentali solidi e dell'entusiasmo per i grandi trend tecnologici.

Cosa prevede l’accordo siglato da Stati Uniti e Iran?

Lo scorso 14 giugno, giorno dell’80esimo compleanno del presidente USA Donald J. Trump, è arrivato l’annuncio di un primo accordo quadro tra gli Stati Uniti e l’Iran, e le due parti si sono riunite in Svizzera nel weekend per un primo round di colloqui. Anche se non sono mancati momenti di tensione, con minacce da una parte e dall’altra di riprendere le ostilità, le trattative proseguiranno, con l’impegno di arrivare a un accordo definitivo entro 60 giorni. Il primo memorandum of understanding, un testo in 14 punti, prevede fra le altre cose:


  1. la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano;
  2. la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz (che sarà completa entro 30 giorni, considerato il bisogno di rimuovere ostacoli tecnici e militari e di sminare l’area);
  3. l’inizio dei negoziati sul nucleare iraniano, da dettagliare meglio nell’accordo definitivo.


Non solo. Gli Stati Uniti si impegnano con i partner regionali a sviluppare un piano da almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico iraniano e a rimuovere tutte le sanzioni contro Teheran. Inoltre, per quanto riguarda la gestione del passaggio strategico di Hormuz, il testo precisa che “la Repubblica islamica dell’Iran dialogherà con il Sultanato dell’Oman per definire l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto”.

Le quotazioni del petrolio tornano sulla Terra

Al netto dei dettagli dell’accordo, che saranno definiti in modo più preciso nelle prossime settimane, l’annuncio della fine delle ostilità e – soprattutto – della riapertura di Hormuz hanno avuto un impatto immediato sulle quotazioni del petrolio. I prezzi si sono infatti rapidamente sgonfiati (intorno ai 76 dollari al barile il 19 giugno per il WTI, 80 dollari al barile per il Brent), dopo aver entrambi superato i 110 dollari al barile con il blocco del passaggio delle navi.


"EFFETTO HORMUZ" SUL PREZZO DEL PETROLIO

L'andamento di Brent e WTI da inizio anno fino all'annuncio dell'accordo tra Usa e Iran

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Fonte: Investing.com


Lo Stretto su cui si affacciano Iran e Oman, infatti, è il principale “collo di bottiglia” energetico globale, attraverso cui, prima del conflitto, transitava circa il 20% del consumo mondiale di petrolio (circa 20 milioni di barili al giorno) e il 20% del gas naturale liquefatto. Motivo per cui non solo le quotazioni del petrolio, ma anche l’economia reale ha subito effetti concreti con il blocco: meno petroliere, meno metaniere, minori flussi energetici. Ora bisognerà aspettare che il passaggio sia rimesso in sicurezza per assistere a una completa ripresa del traffico. E bisognerà vedere se l’Iran riuscirà a mantenere una sorta di controllo su questo passaggio strategico dopo lo scadere dei 60 giorni.


COM' È CAMBIATO IL TRAFFICO NELLO STRETTO DI HORMUZ?

Passaggi giornalieri (in media) di petroliere e metaniere

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Fonte: ISPI, Bloomberg


A livello finanziario, un calo duraturo dei prezzi del petrolio potrebbe attenuare le pressioni inflazionistiche e offrire alle banche centrali maggiore flessibilità d’azione. Resta da capire, osservano alcuni analisti, quanto rapidamente questo sollievo sul fronte del petrolio si tradurrà in un rallentamento dell’inflazione e se ciò aprirà la strada a politiche monetarie più accomodanti. Intanto la Fed, nella prima riunione presieduta da Kevin Warsh, lo scorso 17 giugno ha lasciato fermi i tassi, aprendo però a un possibile rialzo nel corso dell’anno. A conferma del fatto che l’inflazione resta una variabile da monitorare, in attesa di vedere che direzione prenderanno i dati nei prossimi mesi.

Perché i mercati azionari sono così euforici?

In tutto questo, perché il mercato azionario ha continuato a correre, al netto di qualche episodio sporadico di volatilità? Sembra che, più che alla geopolitica, l’equity abbia continuato a badare ai dati macro (che indicano un’economia ancora resiliente), alla crescita degli utili (positiva anche nell’ultima stagione delle trimestrali) e alle grandi tendenze strutturali. Prima tra tutti la tecnologia.


Non a caso, la corsa è stata trainata ancora una volta dal tech, con l’indice Nasdaq 100 (+20,6% da inizio anno) che ha sovraperformato l’S&P 500 (+9,3% da gennaio), grazie soprattutto al persistente entusiasmo verso i temi legati all’Intelligenza Artificiale.



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